È stato demolito il rapporto medico-paziente
Ho lavorato a lungo in un’Azienda Ospedaliera, nella quale mi sono soprattutto dedicata ad effettuare l’ambulatorio riservato ai malati reumatici. Fino diversi anni fa era consentito ai pazienti poter scegliere il medico a cui affidare la cura della propria malattia, con il quale effettuare le visite di controllo, a cui rivolgersi in caso di necessità o anche solo per ricevere un semplice consiglio per telefono.
Ora non esistono più gli ambulatori personali; gli specialisti (e gli specializzandi) si alternano a turno nei vari ambulatori. Oltre alla maggiore difficoltà nel riuscire a inquadrare nel poco tempo a disposizione un cospicuo numero di malati complessi e nel suggerire la terapia più consona in quel momento, trovo che sia assolutamente incompleto, inefficace e non gratificante un qualsiasi contributo medico del genere. Anche se, con le migliori intenzioni, il medico che effettua una visita decide di approfondire un settore della malattia o una patologia concomitante e chiede degli accertamenti, come può il medico che visita lo stesso paziente successivamente rifare lo stesso esatto ragionamento che poteva condurre ad un miglioramento terapeutico? Ci si dimentica, tra l’altro, che la Medicina non è matematica, ma è più arte che scienza, pur avvalendosi di tutta la tecnologia di oggi e soprattutto per i malati reumatici? Si può pensare che tutti i medici siano uguali tra loro per formazione ed esperienza? Ci sono le linee guida ed i protocolli, certo; ma una persona, un malato è protocollabile? Sappiamo quante varianti bio-psico-sociali influiscono sulla malattia e sul suo vissuto e sappiamo l’importanza di entrare in sintonia, anche empaticamente con il paziente per riuscire a guidarlo nel lungo percorso di una malattia con dolore cronico e spesso invalidante. Il paziente lo sa ed è il primo a rammaricarsi all’inizio della nuova visita di trovare ancora una volta un medico diverso e alla fine della visita, dopo il nostro sforzo nel costruire, per quanto in pochissimo tempo, un rapporto con lui, di non poter fissare la visita successiva con la stessa persona. Ne deriva un senso di impotenza, di rabbia e di tristezza che ci deprime l’entusiasmo che mettiamo nel nostro lavoro nell’alleviare le sofferenze di chi soffre.
Dov’è finito il rapporto medico-paziente, l’incontro medico-paziente? E’ veramente un incontro tra due persone quello che facciamo con i nostri pazienti, carico di emozioni, che arricchisce anche noi medici di un’esperienza unica e irripetibile, quella della vita del malato che ci sta di fronte. Come si può prendersi cura di una persona senza entrare in sintonia con essa? Ed è proprio da questa sintonia, unita alla competenza, che nasce la fiducia che il malato ripone nel medico, e la sua possibilità di cura.